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Socialismo Nazionalitario

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dibattito sull'area e neo-socialismo di Scalea
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COMBAT








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MessaggioInviato: Mer Ott 25, 2006 11:45 am    Oggetto:  dibattito sull'area e neo-socialismo di Scalea
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Da Patria n.18 Very Happy



Dibattito sul futuro dell'area...e altro

La cosiddetta "Area" (di estrema destra / destra radicale / neofascista /socialista nazionale /nazionalista o come altro la si voglia definire) ha avviato al suo interno un confronto per definire il proprio futuro. L'ennesimo confronto del genere, a dire il vero, che ormai si susseguono sempre eguali a se stessi da oltre un decennio. Il finale, dovendoci affidare all'esperienza, è scontato: un nuovo fallimento. Tuttavia, dato che l'Area ha appena toccato il punto più basso della sua storia (con le sue micro-formazioncine rivali finalmente riunitesi, ma solo per portare un mezzo punto percentuale alla causa del gauleiter di Bush jr., il cav. Silvio Berlusconi), v'è una piccola possibilità che i suoi componenti, sferzati da quest'ultima umiliazione, diano finalmente una svolta alla loro storia. In questo quadro vorrei offrire il mio contributo da esterno, poiché spesso - anche se non sempre - guardare da lontano permette di cogliere le forme d'un oggetto in tutte le sue sfaccettature, meglio di quanto possa farlo un osservatore vicino. Se qualcuno dovesse trovare utile ciò che andrà leggendo in queste righe, tanto meglio.
Innanzi tutto, va notato come vi siano divergenti modi d'intendere e d'interpretare l'essenza e il ruolo di questa "Area". Essi sono:
1- l'Area deve costituire la frangia estrema della coalizione "conservatrice", cioè dev'essere propriamente "estrema destra" o "destra radicale". In quest'ottica, essa condivide tutti i valori e gli obiettivi della "destra istituzionale" (e cioè: primato della cultura liberale e della civiltà occidentale; difesa dei privilegi delle classi abbienti e cooptazione del ceto medio tramite concessioni minori; aperto sostegno all'occupazione/"alleanza" statunitense e a tutte le sue campagne imperialiste in giro per il mondo; istigazione all'odio razziale tra italiani autoctoni e immigrati; promozione della corrispondente cultura e concezione del mondo, in opposizione alla cosiddetta "cultura di sinistra"). Recentemente, si sono visti neofascisti "esulati" in Francia indirizzare "lettere aperte" a Silvio Berlusconi, chiedendogli di difendere la "civiltà giudaico-cristiana"! Chi ha questo modo di vedere le cose, inevitabilmente differisce dal "centro-destra" solo nei metodi: l'estremista invocherà stato di polizia, alleanza tra Stato e Chiesa Cattolica, governo autoritarista, appoggio statale alle azioni dei capitalisti e repressione del movimento sindacale, censura, e così via.
2- altri tengono ben fermi (almeno a parole) valori opposti (patriottismo irredentista in senso anti-americano; socialismo o "socializzazione", società alternativa a quella borghese e a quella post-borghese, ecc.), ma credono sia necessario allearsi colla "destra istituzionale" proprio per inculcarle tali valori. E' questa, evidentemente, la posizione fatta propria dai movimenti politici d'Area, coalizzatisi con la Casa delle Libertà. Tale approccio si fonda però, a mio avviso, su un grave errore interpretativo, ed un ridicolo criterio metodologico. Partiamo dal primo aspetto. L'idea che l'Area non possa che collocarsi a "destra" è un anacronismo. L'andiamo affermando (scrivo al plurale perché in molti sosteniamo quest'idea, ed io non sono che uno degli ultimi arrivati e meno autorevoli) da anni che la dicotomia tra "destra" e "sinistra" è ormai morta e sepolta, nel momento in cui - parallelamente all'affermarsi in campo geopolitico d'una sola superpotenza (unipolarismo) - la dottrina neoliberale ha acquisito lo status d'unica visione del mondo accettabile nell'agone politico mondiale. La soluzione comunista e quella fascista non sono che spettri del passato, ormai irrealizzabili anche se s'avesse la bacchetta magica. Oggi l'unica vera opposizione è tra il Sistema neoliberale e i nemici del Sistema. Anche dal punto di vista culturale, della Weltanschauung, non ha più senso utilizzare le categorie di "destra" e "sinistra" che, di fatto, appartenevano alla società borghese/moderna (cioè ottocentesca), mentre noi ci troviamo nella società postborghese e postmoderna. Ai nostri tempi l'alternativa è, ancora una volta, tra il neoliberalismo (che sì al suo interno ha una corrente "destra"/politicamente scorretta, ed una corrente "sinistra"/politicamente corretta, ma che appunto sono interne, organiche e, sostanzialmente, indifferenti) e l'alternativa al neoliberalismo che, in attesa d'una definizione più puntuale, potremmo definire neosocialismo. La dimostrazione che quanto scritto corrisponde a realtà sta sotto gli occhi di tutti: oggi le posizioni della Fiamma Tricolore sono molto più vicine a quelle del Partito dei Comunisti Italiani di quanto lo siano con quelle di Alleanza Nazionale. Egualmente, sistemi politici di "sinistra" come quelli sudamericani di Chavez, Morales e Castro, sono ben più simili alle "destre" di Hamas e Ahmadi Nejad, di quanto lo siano coi governi Prodi o Blair che pure si definiscono di "centro-sinistra". Per concludere, passiamo al secondo aspetto: l'errore metodologico, che potremo affrontare in pochissime righe. E' evidente anche ad un bambino che, unendo due soggetti in un solo blocco da 100, laddove il primo conta 99 e il secondo 1, è molto più facile che quest'uno finisca con l'uniformarsi ai 99, che non viceversa. Nel nostro caso, i movimenti politici di "estrema destra" sono destinati ad uniformarsi in tutto e per tutto con la "destra istituzionale". I primi segnali ci sono già: i capetti "estremisti" hanno già accolto l'assurda idea della "minaccia bolscevica", sono diventati fans del guerrafondaio e colonialista Ruini, e parlano dell'europeista (e moderatamente filo-venezuelano) Zapatero come fosse Satana.
3- altri ancora credono che l'Area debba semplicemente rappresentare la continuità storica con l'esperienza fascista, né più né meno. Spesso per chi accoglie quest'approccio l'obiettivo da raggiungere è quello di scalzare Alleanza Nazionale dalla sua posizione "privilegiata" di erede del MSI (ho sentito quest'idea espressa da un autorevole esponente dell'Area). Oltre al fatto che quest'obiettivo pare irraggiungibile, anche nel momento in cui fosse raggiunto, non sortirebbe alcun effetto: AN ha già una nuova base che è estranea al neofascismo o l'ha rinnegato in toto, dunque nessuno creda di poter dirottare il 10% degli elettori italiani, che oggi votano AN, come niente fosse sulle (presunte) posizioni antiamericane, antisioniste e socialiste dell'Area. Inoltre, andrebbe fatto un serio esame di coscienza, e pensare quanto oggi sia corretto ideologicamente e prammaticamente rimanere ancorati al fascismo. Prima di tutto, s'è vero che il fascismo non fu "Male assoluto" - un'idea balzana buona solo per un eunuco neo-(cir)con - sarebbe egualmente errato dipingerne un quadro totalmente apologetico e idilliaco. Tra le altre cose negative, potrei ricordare: che il Regime fascista fu, alla fin fine, ben poco socialista e piuttosto difensore dei privilegi borghesi, e ciò a dispetto della pur avanzata legislazione sociale che promulgò (di fatto, solo con la RSI s'avviò una vera fase socialista, ma alquanto tardiva); che quando l'Italia fascista invase l'Etiopia, utilizzò nella sua propaganda molti dei temi usati oggi o nel passato dall'imperialismo anglosassone (portare la civiltà, liberare popoli sottoposti alla tirannia, emancipare le donne); che nella repressione delle insurrezioni patriottiche in Libia, Etiopia e Jugoslavia non fu da meno dei colonialisti anglosassoni; che, alla prova dei fatti - cioè la guerra - vent'anni di fascismo si rivelarono essere stati non troppo positivi sul piano pratico-organizzativo se, non ostante l'indiscusso eroismo dei nostri soldati, gl'Italiani dovettero affrontare una disfatta dopo l'altra, fino all'umiliazione dell'8 settembre che, non va dimenticato, fu logica conseguenza del 25 luglio fatto e voluto da gerarchi del Regime. Tutto questo per dire che sarebbe opportuno selezionare esattamente cosa si vuol conservare e cosa no dell'esperienza fascista. Mentre la "sinistra" è stata fin troppo critica nei confronti del "socialismo reale" (la cui condanna pressoché totale ha portato i più a passare armi e bagagli nelle fila neoliberali), l'Area è stata invece troppo indulgente nei confronti del suo passato. A ciò s'aggiunga un secondo e fondamentale problema: il fascismo forniva risposte alle tematiche degli anni '20 e '30, ma noi oggi siamo nel 2006. Così come sempre più individui situati alla "estrema sinistra" stanno cominciando a realizzare che affidarsi totalmente a quanto scritto nell'800 da Marx pone, di fatto, fuori dalla storia i suoi adepti, analogamente alla "estrema destra" bisognerebbe concentrarsi di più sul trovare risposte nuove a quelle che sono problematiche nuove. Così come invitare l'Area "sinistrorsa" ad evolvere da un puro marxismo esegetico non corrisponde certo a chiedere di rinnegare tutto il proprio passato e cambiare bandiera, allo stesso modo suggerire all'Area "destrorsa" di concepire criticamente il fascismo e sviluppare idee proprie ed originali non significa certo ripercorrere l'involuzione finiana, tutt'altro. Semplice, è opportuno restare al passo coi tempi, preoccuparsi precipuamente delle tematiche d'attualità e non limitarsi ad un "nostalgismo" fine a se stesso.
4- non sono pochi quelli che già stanno mettendo in pratica tale principio. Si tratta per lo più di "comunità politiche di base", che a livello locale si organizzano ed agiscono. In questo crogiolo eterogeneo di gruppi e gruppettini si notano comunque ancora alcune pecche. La prima è quella delle formazioni "tradizionaliste" le quali, occupate principalmente dalla lettura di Evola, Guénon, ecc., si caratterizzano come sette religiose esoteriche, più che come gruppi politici. Le loro occupazioni sono certo legittime, ma bisogna rendersi conto che si situano in un campo d'azione (anzi, d'inazione), estraneo alla sfera politica. Altre formazioni, più sensibili all'impegno civile e dunque pratico, hanno però il difetto di riconoscere formalmente (cioè a parole) il superamento della dicotomia "destra-sinistra" e la condanna del nostalgismo, se non ché nella pratica vi restano ancorate.
In sintesi, questo quadro avrà fatto balzare agli occhi dell'osservatore attento tre grandi problematiche: la definizione dell'Area, il superamento della posizione neofascista, la scelta strategica più opportuna. Le affronteremo tutte e tre nei paragrafi che seguono.
Chiunque avrà notato quale abissale differenza intercorra tra la posizione 1 e la 4, con la 2 e la 3 a costituire fasi intermedie. La verità è che voler tenere in piedi una "Area" unitaria che comprenda tutte queste posizioni, è astrattismo, utopismo e "accanimento terapeutico". Dato che la mia posizione è antiamericana, antisionista e socialista, è a quella parte di Area che condivide queste idee che mi voglio rivolgere. Coloro che, se non a parole, de facto abbracciano il neoliberalismo, si fanno cantori del sistema capitalista, dell'imperialismo, della civiltà "giudaico-cristiana", della crociata anticomunista e anti-islamica - tutti questi loschi individui vanno finalmente allontanati. Questa feccia (per chiamarla col suo nome) dev'essere identificata come parte del peggior nemico dell'Area, e non come parte dell'Area stessa. Altrimenti, tanto varrebbe chiudere qui il discorso, certi di ritrovarvi tutti, fra pochi anni, assieme a Alessandra Mussolini e Rauti a lodare il "nuovo duce" Berlusconi! La stessa posizione 2 va condannata come anacronistica ed inconcludente: se ciò significasse (come effettivamente significa) tagliare ogni legame con i micropartitini di "estrema destra", allora andrà fatto - e non potrà che essere un gran bene per l'Area stessa. Della posizione 3 e del cordone ombelicale che lega l'Area col fascismo s'è già detto, ma varrà bene ritornarci. Se oggi i collaborazionisti beceri "giudaico-cristiani" possono convivere nella stessa "Area" con i patrioti e i socialisti nazionali, ciò è dovuto in massima parte alla fittizia e astratta (c'è proprio scritto così: fittizia e astratta) identità neofascista. Chiunque abbia qualche base storica sa bene come il fascismo fosse più prassi che dottrina (lo stesso Mussolini dovette ammetterlo, a suo tempo), e ciò fece sì che al suo interno si trovasse tutto e il contrario di tutto: il romanticismo decadente di D'Annunzio, il futurismo di Marinetti, lo statalismo borghese di Rocco, l'idealismo di Gentile, il nazionalismo di Corradini, il comunismo antistaliniano di Bombacci, e via dicendo fino al tradizionalismo metafisico di Evola. Tutte queste correnti s'unirono negli anni '20 e '30 a causa delle particolari dinamiche storiche d'allora. Ma dal 1943 in poi, s'esse sono rimaste assieme sotto l'oblungo ombrello di questa definizione ("fascismo" e poi "neofascismo"), ciò è dovuto da un lato alla determinazione di mantenere immutati - per pura abitudine - legami storici che non avevano più ragione d'esistere, dall'altro per l'azione politico-culturale della parte avversa, che ha avuto buon gioco a racchiudere così tanti avversari potenziali nell'astratta categoria di "fascismo" che - ricordiamolo - dal dopoguerra ad oggi (e prima di Fini) è, né più né meno, sinonimo di "Male assoluto" (per cui oggi sono "fascisti" - a seconda di chi affibbia l'epiteto - Chavez, Ahmadi Nejad, le dittature made by CIA, la Resistenza irachena, i casseurs afro-francesi, i movimenti indios del Sudamerica, Fini, Berlusconi, Bush, Stalin, Putin, D'Alema, e si potrebbe andare avanti per giorni, se solo lo si volesse). Tale ridicolo e deleterio equivoco di fondo resisterà fin tanto che non si vorrà realizzare come il fascismo sia un fenomeno storico degli anni '20, '30 e '40 del Novecento, che in quei decenni si è chiuso definitivamente, e ch'è assurdo che individui dalle posizioni totalmente opposte s'uniscano nell'agone politico odierno solo perché condividono una valutazione positiva del fascismo! Come tutte le esperienze storiche, il fascismo va tenuto presente - perché è dalla storia che si genera il mondo odierno, ed è dalla storia che possiamo trarre modelli ed esempi - senza però esagerarne il rilievo tanto da giungere a definirsi oggi "fascisti" (e in quest'occasione ribadisco l'invito a dare un giudizio critico del fascismo, senza demonizzare e senza glorificare). Il fascismo, dunque, è fenomeno storico e non dottrina, e come fenomeno storico e non come dottrina andrebbe affrontato.
Fin qui, però, siamo rimasti alla pars destruens, cercando di definire (e, dunque, di restringerne i confini) l'Area in maniera negativa (dicendo cioè cosa non deve essere). E' però giunto il momento d'essere anche costruttivi e positivi. Ecco dunque ciò ch'io proporrei ai membri dell'Area per ricostruirla o, meglio, per metterci una pietra sopra - perché secondo me questo è ciò che andrebbe fatto - e cominciare a gettare le fondamenta d'una nuova costruzione, più moderna (in senso buono) ed efficace. Cominciamo da quelli che dovrebbero essere i valori-guida:
1- patriottismo senza nazionalismo. Per dirla molto sinteticamente, un patriottismo che generi amore e solidarietà tra i membri d'una comunità, senza però nel contempo rendere ostili e nemici a coloro che ne sono esterni. Scendendo più in particolare, farei innanzi tutto notare che il termine "patria" non può definirsi in senso puramente geografico (la "terra dei padri") e, anzi, questo significato a mio parere ha poco o punto rilievo. La patria è la comunità in cui l'individuo si trova a vivere, ossia è la collettività in cui è inserito. Dato che l'inserimento avviene generalmente per nascita, è evidente il ruolo dei "padri" da cui discende la parola stessa. Tuttavia, va posto nel giusto rilievo come "patria" e "nazione" siano categorie prettamente astratte e irreali. Il loro ruolo - per usare un gergo nietzschiano - è quello dell'illusione apollinea che alleggerisce all'uomo la realtà dionisiaca. Tutte le comunità sono un prodotto della storia, non sono qualcosa che esiste "di per sé" e indipendentemente. Dunque, le patrie sono prodotto della storia. Inoltre, lo stesso individuo appartiene a molteplici patrie: io ho la mia "piccola patria" (cioè il paese in cui abito), epperò sono anche un abitante della regione (non intesa in senso istituzionale, ma geografico-antropologico) cui appartiene questa città, e poi sono italiano, ma anche europeo, mediterraneo, ecc. A ciò s'aggiunga che la mia "piccola patria" è diversa da quella dei miei nonni, e ciò vale tanto più per tutti i discendenti d'immigrati, la cui "terra dei padri" è, evidentemente, diversa dalla loro "patria" attuale. Dunque, nella mia ottica, il termine "patria" va definito come prodotto storico, entità astratta ma, nel contempo, pratico-terrena e non metafisica. Lo stesso dicasi per "nazione". Originariamente, esso era sinonimo di stirpe. Ma, dato che il mondo non è immobile ma in divenire, tali stirpi si sono mischiate all'inverosimile, e quando oggi parliamo di "nazione italiana", in realtà, diremmo una cosa non vera, se non fosse che attualmente il termine "nazione" è passato a definire la "comunità di destino"; cioè ancora, evidentemente, un prodotto storico. Lasciamo a Fichte credere che la "nazione tedesca" esista come entità metafisica e astorica, mentre noi rimarremo coi piedi per terra e ci atterremo ai fatti. Un fatto, ad esempio, è che il "nazionalismo" (idea borghese e ottocentesca, per cui gli Stati-nazione sarebbero non costruzioni storiche e artificiali, bensì compimento della riunificazione d'una entità nazionale ben definita e dotata di caratteri propri immanenti e immutabili, opposta alle altre) è, oltre che foriero d'eventi luttuosi e idea astratta, una dottrina ormai obsoleta e inapplicabile ai giorni nostri. La Seconda Guerra Mondiale e tutto ciò che n'è seguito ha mostrato molto chiaramente come il tempo degli Stati nazionali sia passato. Oggi solo grandi agglomerati transnazionali o multinazionali possono giocare un attivo ruolo geopolitico. Non a caso, le tre grandi potenze odierne sono Stati Uniti d'America, Russia e Cina che, come tutti sanno, non corrispondono ad altrettante nazioni, ma tutt'al più a conglomerati multi-etnici, quando non multi-razziali, aggregatisi intorno ad una etnia dominante. Perciò credo sia venuto il momento di scartare la categoria politica di "nazione"; ma quella di "patria" è oggi più vitale che mai. Infatti, se patria corrisponde a comunità/collettività (e questa è la mia idea), è ovvio ch'essa si oppone fortemente all'individualismo dei neoliberali. Laddove il neoliberale concepisce l'individuo come entità a se stante, che agisce nel proprio esclusivo interesse in un contesto illimitato (cosmopolitismo), il "neosocialista" (prendete questa definizione con riserva) deve, pur conferendogli una sacrosanta dignità personale, contestualizzare l'individuo all'interno della comunità cui, per nascita, scelta o che altro, è inserito. L'uomo è "animale sociale", diceva Aristotele, e coloro che sono "sbagliati" e contro-natura sono i neoliberali, che invocano l'individualismo estremo, che esaltano l'homo hominis lupus. Una volta che s'accetti che la dimensione sociale è parte integrante della personalità umana, pari se non superiore alla dimensione individuale (è in questo riconoscimento che deve stare oggi il grande discrimine della politica, la linea rossa in base alla quale debbono separarsi gli schieramenti avversi), la "patria" ha valore non più solo storico, ma anche tropologico, cioè diventa un valore. Vivere nella collettività richiede un impegno da parte dell'uomo (ma un impegno ch'è naturale, nasce dai suoi stessi istinti) verso la solidarietà, l'amore, l'amicizia e pure il sacrificio di sé (in parte o, in caso d'estrema necessità, totale), sentimenti e comportamenti che solo il valore comunitario (il "patriottismo") può far crescere correttamente (ma, ripeto, a mio avviso essi sono presenti innatamente nell'individuo, perché io, come Dostoevskij, "non voglio e non posso credere che il male sia la norma per l'uomo"). Certo, un finto "patriottismo" è usato anche dall'oligarchia collaborazionista e neoliberale ma esso è, per l'appunto, una finzione destinata a neutralizzare una genuina e corretta spinta patriottica che, per quanto finora detto, non può essere altro che antimperialista e socialista. Pertanto, il fatto che oggi come ieri la classe dominante utilizzi il termine "patria" in forma distorta e per i propri fini, non autorizza nessuno né a schierarsi con la classe dominante (come è avvenuto a "destra") né a condannare il valore "patria" (come è avvenuto a "sinistra").
2- neosocialismo, che corrisponde al vero socialismo. Troppo spesso s'è identificato il socialismo con la dottrina marxista o, meglio, con una determinata forma della dottrina marxiana. In quest'ottica, il socialismo rappresenta l'ultimo gradino d'una naturale evoluzione dell'uomo (potremmo dire, dalla selvatichezza alla barbarie alla civiltà, secondo la scala di Morgan), il punto di rottura della dialettica storica materiale e, dunque, la fine della storia. Secondo questo schema ideologico e paradigmatico, prerequisito obbligatorio del socialismo sarebbe il capitalismo, con la contrapposizione borghesia-proletariato e la svolta epocale della rivoluzione. Tale interpretazione ha gettato un'ombra oscura sul socialismo, identificandolo con un'ideologia determinista (e dunque riduzionista), scientificamente esatta (e dunque dogmatica), modernista (e dunque ampiamente antipopolare) e occidentalista (e dunque razzista). In realtà, però, il socialismo non come termine ma come idea è di molto anteriore a Marx, e vecchia, si può dire, quanto l'uomo. Potremmo definire questo socialismo in senso lato secondo quanto scritto poco sopra, l'idea che l'uomo abbia una dimensione sociale almeno ampia quanto quella individuale, ch'essa sia positiva e vada regolata da un rapporto di giustizia, equità e solidarietà. In parte lo stesso Karl Marx s'oppone a quella visione così stringente (e a mio avviso apocalittica) che è stata fatta propria dai suoi seguaci. In una lettera a Vera Zasulič (studentessa russa che, per vendicare un compagno assassinato, aveva freddato un generale ed era stata assolta da una giuria popolare), il padre del comunismo ammetteva la possibilità che la Russia potesse giungere al socialismo senza passare per la fase capitalista, semplicemente sviluppando quella ch'era la forma originaria della società contadina russa, la mir (comune contadina). In fondo, questa stessa posizione di Marx era quella dei "populisti" (narodniky) russi, o "socialisti rivoluzionari", la formazione - tanto per intenderci - cui appartenevano gli assassini dello car' Alessandro II e Kerenskij, oltre al fratello maggiore di Lenin. Ironia della sorte, proprio in nome di tale posizione ammessa anche da Marx, i populisti furono ferocemente massacrati dai bolscevichi. Oggi, il Partito Comunista della Federazione Russa è molto più vicino alla dottrina populista che a quella bolscevica. Forti analogie con questa visione - che prevede un socialismo fatto per il popolo, e non più sul popolo - hanno i governi di Castro, Morales e Chavez, nonché quelli di Ahmadi Nejad e Hamas e, insomma, tutti quanti facciano parte dello "Asse del Male". Rapportandoci al nostro ambito italiano ed europeo, l'applicazione del neosocialismo implicherebbe il rovesciamento degli attuali rapporti sociali (abbattimento dell'oligarchia collaborazionista), l'accorciamento dei divari di ricchezza, la nazionalizzazione e statalizzazione (per conto del popolo) delle risorse naturali e dei beni primari del paese, eliminazione (sociale, non fisica) del parassitaggio e valorizzazione del merito e del talento individuale a dispetto del privilegio di nascita (il quale non è stato affatto eliminato dalla Rivoluzione francese, ma è passato dalla trasmissione ereditaria del valore "nobiltà" a quello "ricchezza/status sociale": se è giusto che un padre possa lasciare ai figli i frutti del proprio lavoro, è ingiusto che i meriti o demeriti del padre influiscano poi in maniera decisiva sulla vita dei figli, come invece oggi accade).
3- socialismo internazionale e non solo transnazionale. Filippo Corridoni ha dato un contributo straordinario applicando il socialismo ai rapporti internazionali, applicando cioè il socialismo non più solo alle individualità (o classi, che sono solo contenitori d'individui) ma anche alle collettività. Dunque, non più solo socialismo transnazionale (per cui le classi e gl'individui oppressi delle varie nazioni si sorreggono l'un l'altro) ma anche internazionale, inteso quale rapporto tra le nazioni o, meglio, tra gli Stati in quanto soggetti dell'agone geopolitico. In questo caso, non si tratta più di lotta tra classi d'individui, ma anche lotta tra classi di Stati. Si tratta d'affermare il diritto per tutte le nazioni, anche quelle piccole, deboli e povere, d'esistere senza essere invase, sterminate o colonizzate da quelle grosse, forti e ricche. Non si tratta certo di cancellare le guerre - il che è solo una generosa ma vana utopia - quanto semmai di ricondurle ad una giusta dimensione, cioè a ridimensionarle ad eventi che possano essere quanto più rari, quanto più marginali e quanto meno luttuosi possibile. Ciò si può realizzare solo fissando un "diritto internazionale", che non sia necessariamente scritto ma anche solo tacitamente accettato da tutti, e che tutti siano pronti a fare rispettare. Ma questa condizione di pari diritto non si realizza certo con mezzi intellettuali: qui si tratta di lottare, con le armi, per la libertà dei popoli oppressi. E tra questi - varrà bene ricordarlo - c'è anche l'Italia, occupata da migliaia di soldati stranieri e tiranneggiata da un'oligarchia collaborazionista. Il primo passo, dunque, per imporre un nuovo e più equo ordine internazionale (che sarà, tuttavia, dinamico e non statico, come tutta la storia) sarà la lotta armata di liberazione dei popoli oppressi, che si sviluppa in forma congiunta e solidale contro il "grande nemico del genere umano" (Ernesto Che Guevara), gli Stati Uniti d'America. Il consolidamento di tale ordine internazionale poggerà però su due basi. La prima è quella "legge internazionale", scritta o non scritta, che sancirà il diritto all'autodeterminazione per ogni popolo e il contenimento della guerra entro limiti fisici e morali accettabili. Ma dato che tutte le buone intenzioni non basterebbero a dissuadere i forti dal divorare i deboli, sarà necessario instaurare anche un equilibrio geopolitico multipolare, dove cioè vi siano più potenze di pari forza a bilanciarsi l'un l'altra - il che dissuaderà chiunque dal prendersela con i piccoli Stati.
4- relativismo culturale. E' la logica conseguenza di quanto detto sopra, e dunque non ci spenderemo troppe parole. Molto semplicemente, se ogni popolo ha il diritto d'essere "padrone a casa propria", deve anche avere la possibilità di parlare la lingua che preferisce, vestirsi come più gli aggrada, mangiare secondo la dieta che predilige, pregare il dio in cui crede, darsi i valori che reputa più giusti, e così via. Ai giorni nostri una sola superpotenza, gli Stati Uniti d'America, braccio secolare dell'ideologia neoliberale, sta cercando d'imporre - attraverso la persuasione o lo sterminio - a tutti i popoli il proprio stile di vita e la propria visione del mondo. E tutti i popoli del mondo devono ribellarsi a questo sopruso. Dal canto nostro, gl'Italiani faranno la propria parte difendendo gli usi e costumi che ci sono propri, rifiutandoci di diventare un popolo bilingue italo-anglofono (come vorrebbero Berlusconi e la Moratti), rifiutando d'omologarci in tutto e per tutto ai dominatori d'Oltreoceano, e depurando la nostra cultura da tutti i deleteri effetti della dominazione e colonizzazione straniera fin qui subita. Non si tratta di reazione xenofoba, ma di reazione alla xenofobia degli Statunitensi che odiano chiunque sia diverso da loro, e perciò vogliono o omologarlo, o sterminarlo.
5- democrazia diretta. Fermo restando che ogni popolo, autodeterminandosi, sceglierà che istituzioni darsi, e che senza dubbio nessuno desidera unirsi alle crociate dei fanatici neoliberali per cui "democrazia" e "libero mercato" sono valori universali da imporre ovunque, io credo che la forma politica tradizionale per il popolo italiano debba essere quella repubblicana e con democrazia diretta. La democrazia diretta, naturalmente, non si può praticare integralmente a livello nazionale, però è possibile a livello locale, n popolo grazie al sistema della rappresentatività (una truffa bell'e buona, che però, per motivi di spazio e di opportunità, non andremo ad esaminare in questa sede), l'ha invece derubato dell'unica vera forma di democrazia che aveva, quella locale. E per essa è ragionevole che ogni socialista italiano si batta.
Si potrebbe dire ancora moltissimo, sia su queste idee-guida, che necessariamente abbiamo affrontato in modo stringato, sia su altre possibili, anche importantissime come l'ambientalismo o l'etica pubblica. Ma è inutile mettere ora troppa carne al fuoco, dato che il mio fine è rendere chiaro un messaggio, una proposta, rivolta ai componenti dell'Area. E chi avrà ben compreso tale proposta, si sarà reso conto che la sua accettazione implica anche che d'ora in poi non si parli più di "Area". L'Area si scioglierebbe, di fatto, nel momento in cui i suoi componenti si decidessero ad abbandonare le posizioni equivoche e il nostalgismo, per costruire qualcosa di nuovo. Proprio a proposito di "costruire", veniamo ora al promesso discorso sulla strategia. Premetto immediatamente ch'esso sarà breve, in quanto il sottoscritto non ha certo l'esperienza e la capacità per dettare comportamenti in materia; ma dato che, sinora, la condotta strategica dell'Area è stata tanto disastrosa, persino io mi permetto di dare qualche suggerimento.
Prima di tutto, sperare di battere il Sistema con le armi che il Sistema stesso mette a disposizione dei suoi nemici, è pia illusione. Nessun partito alternativo potrà mai imporsi nel voto popolare, per il semplice motivo che i partiti sistemici dispongono del monopolio dei finanziamenti privati (quelli corposi, cioè provenienti dalla grande industria e dalla grande finanza), dei finanziamenti pubblici (lo Stato ce l'hanno in mano loro) e dell'informazione (i media sono posseduti o dallo Stato - e dunque dai partiti che governano - o da privati che sono gli stessi finanziatori dei partiti e dunque, in ultima analisi, i loro veri padroni). Senza possedere questi tre elementi è impossibile competere nell'agone politico istituzionale. L'uomo è influenzabile di natura, e tanto più lo è nella società moderna, dove i media sociali (corporazioni, ordini, ceti) - cioè gli strumenti attraverso i quali l'individuo si rapporta con la res publica - sono stati soppressi e sostituiti dai media informatici, che non si limitano a descrivere la realtà ma, vista la potenza conferita loro dall'esclusività del rapporto diretto con ogni cittadino, giungono a crearla. L'unico medium informatico libero è, al momento (in futuro chi lo sa), Internet, il quale però non ha e non avrà mai la forza della televisione. Infatti, la Rete serve solo a dare conferme: essendoci centinaia di milioni di siti e miliardi di pagine, nessuno può visionarli tutti, e a dire il vero neppure una piccola parte, ma solo una parte infinitesimale. E' l'utente stesso a scegliere qualche parte infinitesimale della Rete visionare: il nemico del Sistema cercherà informazioni contro il Sistema, il conformista cercherà informazioni omologate. La Rete è dunque utile per affinare le proprie nozioni e mettere in contatto persone dalle idee affini, ma non ha alcun potere di rovesciare radicalmente il modo di vedere la realtà d'un individuo, in quanto esso si limita a cercare conferme di ciò in cui già crede.
Resta dunque un solo canale sociale aperto e percorribile da chi volesse costituire un'alternativa al Sistema: quello delle relazioni dirette interpersonali, per cui non serve avere a disposizione una televisione, un giornale o milioni di euro, ma è sufficiente un corpo, un cervello e tanta pazienza. Tale tipo di relazione non si realizza a livello nazionale, di massa, ma locale; dunque è molto più lento nel dare risposte e risultati, ma c'è poco da fare: prendere o lasciare, un'altra opzione non è data. Quella delle comunità politiche di base è dunque la scelta strategica a mio avviso più corretta. Attraverso un concreto impegno per il territorio e il diretto contatto interpersonale si può comunque sviluppare un'alternativa di massa. Ma nessuno s'illuda che ciò sia semplice in Italia. I popoli indios delle Ande possono facilmente costituire un movimento politico agendo in questo modo, perché essi si riconoscono immediatamente all'interno della società tramite tradizioni e interessi pratici comuni che li legano, e inoltre guardano molta meno televisione. Nel nostro paese sarà davvero arduo raggiungere il successo. Un fallimento sicuro, comunque, è quello cui è destinato chiunque voglia rinchiudersi in un ghetto ideologico, quale quello del neofascismo. La lotta è di popolo e non di fazione, e come membri del popolo e non d'una fazione (tanto più ampiamente screditata presso la massa) bisogna comportarsi. Abbandonare atteggiamenti identitari ed esclusivi, logiche settarie, e semmai aprirsi al dialogo e soprattutto cercare nuovi interlocutori anche laddove fino ad oggi non s'è mai neppure pensato di trovarli: la fortuna aiuta gli audaci.
Bene, io quello che avevo da dire l'ho scritto. Molti, scoraggiati dalla lunghezza del testo, non avranno neppure cominciato a leggerlo. Altri, annoiati, avranno desistito dopo poche righe. Infine, pochi, saranno giunti fino a questo punto. Sono questi pochi che ringrazio per l'attenzione, nella speranza che il loro pensiero, letto quest'articolo, non sia "Oddio, quante fregnacce" ma "Be', qualche spunto interessante c'è". In tal caso, queste paginette saranno servite a qualcosa.
Daniele Scalea, 12 giugno 2006

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MessaggioInviato: Mer Ott 25, 2006 11:45 am    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Ven Ott 27, 2006 9:41 am    Oggetto:  
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senza nulla togliere all'autore mi pare chiaro come l'ennesimo,per nobile che sia, tentativo di riproporre qualcosa di inesistente sia destinato al fallimento.
ma il guaio non è questo.
il guaio è la mancanza di basi e la facilità con la quale mi appaiono evidenti,proveniendo dalla cosidetta area, le mancanze qui per la miliardesima volta riproposte in veste di elementi fondanti.

a mio modestissimo e mai definitivo parere:

1)la cosidetta area non esiste e non è mai esistita là dove con area voglia intendersi uno o più gruppi accomunati da una elaborazione filosofico politica che pur nelle naturali divergenze si collochi in un solco ben definito.

2) un bacino di militanza l'area l'ha, in passato, avuto e continua a mantenerlo anche se in forma numericamente più modesta.
tale bacino tende a mostrare la sua debolezza ideologica lasciandosi ricorrentemente indirizzare,a tempo debito, verso il compito per il quale gli èstato concesso d'esistere:fungere da sgabello al conservatorismo più bieco.

3) la seconda ipotesi dell'autore vede l'area come movimento che superato la dicotomia dx sx si colloca come movimento rivoluzionario.
tale funzione rivoluzionaria è tutt'ora estranea dall'area e sempre,a parer mio,lo sarà in quanto la deriva a dx è componente strutturale e imprescindibile dell'area.
le recenti elezioni che vedono fsn che erroneamente ritenevo un buon serbatoio schierarsi con la cdl confermano per l'ennesima volta quanto sopra sostenuto.
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MessaggioInviato: Ven Ott 27, 2006 4:10 pm    Oggetto:  
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C'e' un equivoco, l'autore (posso parlarne perche' lo conosco personalmente) non intendeva vedere nell'area neofascista un soggetto potenzialmente rivoluzionario o comunque un qualcosa che puo' positivamente essere indirizzato contro il sistema. Da questo punto di vista i nostri giudizi coincidono, l'area e' una entita' si fittizia ma che comunque coinvolge molte persone, la maggior parte delle quali in buona fede, sappiamo che non potra' mai essere un soggetto autonomo per una serie di tare ideologiche, culturali o di altro tipo che la rendono e la renderanno sempre la stampella di destra del sistema. Quindi non e' possibile "riformare" l'area, il motivo di quello scritto e' in parte "romantico" in quanto si cerca sempre di far aprire gli occhi agli ex compagni di lotta (in quanto molti di noi vengono da quell'ambiente) in parte per una tattica politica, perche' come noi anche altri giovani possono aprire gli occhi, quindi e' sempre giusto stimolare continuamente le persone a riflettere, sperando in una cambiamento, per quanto questa speranza sia flebile.
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MessaggioInviato: Lun Ott 30, 2006 9:35 am    Oggetto:  
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l'autore quindi rifiuta,comprensibilmente, di relegare in toto l'area al suo passato politico tendando in extremis ed in assoluta buonafede di trascinare fuori quanto di buono,in termini umani,riteneva esserci.

è un'operazione nobile e per l'appunto romantica.
aimè,a mio parere compromissoria e lo dico provenendo proprio da quell' area.
le amicizie non vanno certo rinnegate ma a parer mio andrebbe ricercato un bacino ideologicamente militante in gran parte esterno all'area onde evitare il rischio di trasportare i vizi di forma tipici dell'area stessa in una nuova realtà che finirebbe,tragicamente, per trasformarsi in una "quarta posizione"
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MessaggioInviato: Lun Ott 30, 2006 4:11 pm    Oggetto:  
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L.ferdinand ha scritto:
l'autore quindi rifiuta,comprensibilmente, di relegare in toto l'area al suo passato politico tendando in extremis ed in assoluta buonafede di trascinare fuori quanto di buono,in termini umani,riteneva esserci.
è un'operazione nobile e per l'appunto romantica.
aimè,a mio parere compromissoria e lo dico provenendo proprio da quell' area.
le amicizie non vanno certo rinnegate ma a parer mio andrebbe ricercato un bacino ideologicamente militante in gran parte esterno all'area onde evitare il rischio di trasportare i vizi di forma tipici dell'area stessa in una nuova realtà che finirebbe,tragicamente, per trasformarsi in una "quarta posizione"


Sono d'accordo, ma c'e' un altro fatto che incide: purtroppo fra i giovani le poche persone che si interessano di politica e dei problemi del mondo e vogliono cambiare radicalmente le cose, sono o di estrema destra o di estrema sinistra. Quindi quando si decide di parlare ad un pubblico "antagonista" bisogna metter in conto che la maggior parte di questi si sono gia' formati delle idee e spesso hanno gia' un passato di militanza in uno dei due opposti estremismi, quindi e' praticamente impossibile non sporcarsi le mani. Bisognerebbe andare a parlare ai ragazzini delle scuole, che sono ancora vergini politicamente, ma non e' facile...
Comunque avevamo messo in cantiere di fare un documento simile ma indirizzato a quelli provenienti da "sinistra".
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MessaggioInviato: Lun Ott 30, 2006 4:42 pm    Oggetto:  
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Esatto! E' importante rendersi conto che la politica non si fa con entità spirituali, ma persone in carne ed ossa... per questo mi è sempre interessato il nazional bolscevismo, che non nasconde le origini delle persone!

saluti

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MessaggioInviato: Lun Ott 30, 2006 7:13 pm    Oggetto:  
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postato in origine da Melkitzedeq
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Sono d'accordo, ma c'e' un altro fatto che incide: purtroppo fra i giovani le poche persone che si interessano di politica e dei problemi del mondo e vogliono cambiare radicalmente le cose, sono o di estrema destra o di estrema sinistra. Quindi quando si decide di parlare ad un pubblico "antagonista" bisogna metter in conto che la maggior parte di questi si sono gia' formati delle idee e spesso hanno gia' un passato di militanza in uno dei due opposti estremismi, quindi e' praticamente impossibile non sporcarsi le mani. Bisognerebbe andare a parlare ai ragazzini delle scuole, che sono ancora vergini politicamente, ma non e' facile...
Comunque avevamo messo in cantiere di fare un documento simile ma indirizzato a quelli provenienti da "sinistra".


in effetti la considerazione è appropriata e ciò di cui tu scrivi è un grosso limite da considerare.
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Alfredo








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MessaggioInviato: Sab Nov 04, 2006 11:42 pm    Oggetto:  
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Diciamo che occorre un atteggiamento più qualunquista, non rinnegando e allo stesso tempo presentandosi come "originali" rispetto al panorama politico attuale.
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