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"Eurasiatismo" di Daniele Scalea
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Stanis Ruinas

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MessaggioInviato: Mar Ott 24, 2006 4:00 pm    Oggetto:  "Eurasiatismo" di Daniele Scalea
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Un'ideologia per il nuovo secolo: l'eurasiatismo

Daniele Scalea


"Uno fantasma s'aggira per l'Europa": potrebbe forse cominciare così quest'articolo? Difficile dire se l'Eurasiatismo possa un domani ricoprire il medesimo ruolo rivestito dalle vecchie ideologie anti-borghesi nel XX secolo, commettere meno errori, macchiarsi di meno crimini e, soprattutto, aver maggiore fortuna.

Il XX Secolo è stato animato da un sorgere d'ideali, utopie e ideologie, quante mai se n'erano viste in alcun altro periodo della storia umana. Socialismo, Comunismo, Capitalismo, Fascismo, Nazionalsocialismo, ognuno d'essi elevato alla potenza delle sue innumerevoli varianti e sfumature, si sono affrontati in una lotta all'ultimo sangue. Una lotta per la quale non poteva esservi che un solo vincitore - e a questo sarebbe stato concesso di modellare il Mondo a propria immagine e somiglianza. Tutti sappiamo come è andata a finire: nel giro di pochi decenni le potenze capitaliste, Inghilterra e, soprattutto, Stati Uniti d'America, hanno surclassato e distrutto prima i Nazi-fascismi, poi i Social-comunismi. Ormai incontrastato, il Capitalismo sta disegnando una realtà apocalittica, un mondo completamente asservito alle esigenze della borghesia e, soprattutto, del grande capitale; un mondo in cui il denaro è il solo dio onnipotente e misura di tutte le cose - uomo compreso; un mondo in cui le idee e le speranze non sono nulla, perché nulla è tutto ciò che non porta ad un ricavo materiale. Questo mondo della piattezza e dell'avidità, del conformismo e della prevaricazione, dell'ingiustizia e della violenza, si sta imponendo su tutte le pur millenarie, ma materialmente deboli, realtà tradizionali che ancora sopravvivono. Globalizzazione e Mondialismo: attraverso queste due mortali direttrici il Capitalismo sta realizzando il suo sogno non dissimulato di dominio del Mondo.

Questa triste realtà delle cose, sin dall'inizio ha suscitato, ed ancora suscita, veementi resistenze, sia d'interi popoli e nazioni, che di singoli individui. Quasi sempre, purtroppo, duramente schiacciate dalla forza del Sistema. Ciò non toglie che una resistenza possa essere ancora possibile, e che ancora possa portare alla creazione d'una alternativa. Come dire: un altro Mondo è possibile!

E' ora, però, che le forze e gli individui antagonisti s'accorgano che il XX Secolo si è chiuso con un verdetto inappellabile: gli allora nemici del Capitalismo sono stati sconfitti e distrutti, nessuna possibilità è per loro di rialzarsi e riprendere a combattere. L'Alternativa deve trovare invece una via nuova, per sopravvivere, lottare e vincere: abbandonarsi al nostalgismo è peccato mortale. Ma se un sogno è finito, non è detto che si debba accettare passivamente l'Incubo: nuovi e nuovi sogni continueranno a sortire dalle menti e dai cuori degli uomini onesti. Uno, anzi, è già nato: si chiama Eurasiatismo.

Sotto la sua bandiera potrebbero riunirsi le forze antagoniste per proseguire la lotta contro questo stato di cose. Alla sua versatile dottrina potrebbero demandare le proprie istanze. Nella sua Alternativa potrebbero riporre il Sogno di un Mondo diverso.

Ma è giunto il momento di rispondere alla domanda che ormai si saranno posti tutti coloro che stanno leggendo queste righe, e cioè: cos'è l'Eurasiatismo, e, ancora di più, cosa dovrà essere?



GEOPOLITICA ED EMANCIPAZIONE

Uno dei cardini irrinunciabili dell'Eurasiatismo è lo studio della Geopolitica. Benché negli ultimi tempi sia stata violentemente criticata quale "pseudo-scienza nazistoide", ed emarginata nel quadro culturale europeo (ed in particolare italiano), essa altro non è che la scienza la quale studia i motivi geografici della politica internazionale. Una scienza, dunque, che in quanto tale non può essere ricondotta a priori ad alcuna dottrina politica: essa si caratterizza in tal senso solo a seconda del modo e degli scopi per cui la si utilizza, ma per sua natura è assolutamente oggettiva e neutra. Le ragioni di quest'ostracismo sono però molto chiare, e vanno ben oltre la stupidità o il fanatismo d'alcuni: si possono altresì trovare nell'interesse dei nemici dell'Europa. Illuminante in tal senso quanto affermato dal massimo geopolitico italiano, Ernesto Massi, già nel 1947: "La Geopolitica è prassi prima di essere dottrina; i popoli che la praticano non la studiano; però quelli che la studiano potrebbero essere indotti a praticarla: è perciò logico che i popoli che la praticano impediscano agli altri di studiarla". Questo è il quadro dell'Europa attuale. Declinata nella sua preminenza ormai sessant'anni orsono, sottomessa dagli Stati Uniti d'America con la forza delle armi (Germania, Italia, più recentemente Jugoslavia) o con inique alleanze (tutti gli altri paesi membri della NATO), nei suoi territori lo studio della Geopolitica - non a caso ampiamente praticato anche in ambito accademico negli USA, in Inghilterra e, ancora, in Russia - è stato completamente messo al bando da ogni sede ufficiale e dalla vita culturale della società, e sopravvive oggi solo grazie all'impegno di pochi uomini che si sono assunti l'onere di ravvivarla nel tempo, come un fuoco di Vesta (ad esempio, uno dei più stimati geopolitici europei è proprio un italiano, il Dott.Carlo Terracciano). Con la sua scomparsa dal nostro Continente, è svanita per larghissima parte della popolazione anche la possibilità di comprendere la vera natura dei fatti mondiali, esponendola così in piena vulnerabilità alle mistificazioni della propaganda mass-mediatica. Ad ogni modo, la Geopolitica continentale ancora c'è: l'approccio ad essa non richiede particolari competenze, ma semplicemente la dedizione che ogni scienza merita, e la disponibilità a mettere in moto il proprio cervello, anche a costo di scontrarsi con le verità di comodo "universalmente" accettate.



LEVIATHAN CONTRO BEHEMOTH

Uno dei primi insegnamenti che la Geopolitica ci può donare, è quello sulla contrapposizione ricorrente tra forze talassocratiche (marittime e commerciali) e tellurocratiche (terrestri e collettiviste), spesso simboleggiate dalle due figure allegoriche, rispettivamente, del Leviathan e del Behemoth. Di questo troviamo ampio riscontro nella storia: citiamo a puro titolo di esempio lo scontro tra la talassocratica Cartagine e la tellurocratica Roma, tra i navigatori Vichinghi e i Germani stanziati sulla terraferma, tra i pirati Saraceni e l'Europa medioevale, e così via fino ad arrivare alla lunga contesa tra Inghilterra e Germania, e la recentissima sfida che ha visto contrapposti U.S.A. e Russia.

La potenza talassocratica per eccellenza è stata l'Inghilterra, che ha passato il testimone lo scorso secolo agli Stati Uniti. Tutto l'operato di quest'alleanza bellicosissima, responsabile negli ultimi secoli di un numero incalcolabile di guerre, guerrette, attacchi proditori e colpi di mano, risponde ad un disegno geostrategico ben definibile secondo il suddetto modello Leviathan contra Behemoth. Ci si accorgerà, allora, che a parte sporadiche puntate in America latina ed Africa per garantirsi retrovie e risorse, la strategia statunitense risponde tutta all'obiettivo della conquista del continente eurasiatico: con le due guerre mondiali ha messo il piede a terra in Europa e guadagnato ad Oriente le necessarie basi di partenza per la successiva aggressione della massa continentale (vedi guerre di Corea e Vietnam); con la Guerra Fredda ha disfatto l'impero tellurocratico sovietico; con l'attuale "guerra al terrorismo" sta completando l'accerchiamento delle due potenze continentali superstiti, vale a dire Russia e Cina (grossomodo quelle che il geopolitico inglese e talassocratico MacKinder chiamava Heartland, ed additava quale conquista obbligata per conseguire il dominio sulla Terra).

Come si può notare, in questo quadro non compaiono mai le singole potenze europee, né l'Europa è parte a sé, bensì è considerata all'interno del Continente eurasiatico, tutt'intero aggredito dagli USA, tutt'intero chiamato a rispondervi. Infatti, la Geopolitica non ragiona secondo le consuetudini, ma con metodo scientifico si richiama ai reali soggetti della geopolitica mondiale, gli unici ad avere la capacità politica ed economica per essere attori nel grande scontro in atto. Le nazioni sono, dal punto di vista geopolitico, realtà ormai superate: nessuna, nemmeno la più forte, come la Germania o la Russia, ha la possibilità per competere con la Federazione americana e i suoi alleati. Eppure, già le sole Francia, Germania e Russia alleate, avrebbero la potenzialità di superare gli stessi Stati Uniti. Va da sé, che un'unione eurasiatica continentale, costituirebbe una potenza di capacità inimmaginabili, e rappresenterebbe senza dubbio la fine degli avidi sogni di potere globale degli USA.



IL SECOLO DEGLI IMPERI

Va subito notato che il valore delle nazioni è negato geopoliticamente, cioè come capacità d'imprimere durevolmente il proprio marchio sul corso degli eventi. L'Eurasiatismo non nega però la realtà della nazione, in quanto comunità etnicamente, culturalmente, linguisticamente e storicamente omogenea, generalmente regolata da medesime leggi e consuetudini, entro la quale ogni membro ha con l'altro un rapporto privilegiato. In questo senso, però, la nazione è una sorta di famiglia allargata, che non può - come successo in passato con certi nazionalismi - pregiudicare i rapporti con i membri di altre nazioni, che non può essere causa o pretesto di guerre e inimicizia, ma solo strumento nel quale il singolo coltiva in massimo modo la sua identità più autentica, quella collettiva. In breve, l'Eurasiatismo rigetta la concezione di stato-nazione come sortito dalla Rivoluzione borghese (altrimenti detta Francese), blocco monolitico e chiuso verso l'esterno, nel quale si coltiva non l'amore per se stessi, ma l'odio per l'altro; rigetta categoricamente il termine del confine, della frontiera, come entità che divide, anziché unire, due nazioni. Il medesimo concetto di patria è artificioso, come già rilevava Platone: senza nulla togliere al valore intrinseco in esso, né alle azioni che in suo nome sono state compiute, resta appunto come la "patria" sia un concetto, ma non una realtà. In materia, ogni Eurasiatista si riconosce nella famosa massima di Julius Evola: "La mia patria è là dove si combatte per le mie Idee".

L'ideale "nazione" animò i cuori di molti giovani durante il XIX secolo, l'epoca appunto durante la quale sorsero le realtà di "stati-nazione" (già comunque nascoste nelle pieghe della storia di tempi precedenti: si pensi ad esempio alla monarchia nazionale francese in lotta con l'Impero). Eppure, già nel '900 la nazione mostra tutti i suoi limiti: i grandi attori di questo secolo sono state, invece, le ideologie, e dunque gli "imperi" che se ne fecero interpreti: il Terzo Reich per il Nazionalsocialismo, l'Unione Sovietica per il Comunismo, gli Stati Uniti d'America per il Capitalismo. Dei giganti erano scesi in campo a contendersi il mondo: solo le briciole potevano restare alle formiche nazioni. Questa realtà, al tempo, fu chiara solo a poche grandi menti: si pensi ad esempio Drieu la Rochelle e Evola o, addirittura già nel XIX secolo, a Friedrich Wilhelm Nietzsche. Ma oggi, che possiamo guardare a quegli eventi col senno di poi, e con sott'occhio le conseguenze, appare davvero palese il decadere degli stati-nazione, e inutile insistere ancora nel difenderli. Se il XIX fu il secolo delle nazioni, e il XX delle ideologie, non c'è dubbio che il XXI sarà quello degl'imperi. Imperi, appunto, perché l'alternativa all'imperialismo americano, ora c'è...



IMPERIALISMO CAPITALISTA ED IMPERO TRADIZIONALE

Innanzitutto bisogna riconoscere questa fondamentale distinzione, tra imperialismo ed Impero. L'imperialismo, come già ebbe a rilevare Lenin, altro non è che la "fase suprema del capitalismo": passando dalla fase della libera concorrenza a quella dei grandi monopoli, gli stati borghesi passano sotto il controllo dei trusts e riproducono nella politica internazionale la lotta che tra essi si sviluppa già in campo economico. La tendenza è, appunto, quella alla progressiva centralizzazione del capitale: la creazione, insomma, di un polo unico (immobile secondo Kautsky, in continuo rivolgimento interno secondo Lenin), politico ed economico, che rappresenta una sorta di parodia borghese dell'Impero universale. Di là da qualche semplificazione eccessiva, possiamo riconoscere in questa teoria una rappresentazione piuttosto veritiera della realtà - rapportandola naturalmente ai giorni nostri, in cui la lotta tra i diversi imperialismi (statunitense, britannico, francese, tedesco, ecc.) si è concluso e, in virtù del suddetto processo di centralizzazione, ha dato vita ad un solo imperialismo capitalista. Il modello che con la globalizzazione si tenta d'imporre, è quello di un Occidente borghese e capitalista - il centro dell'impero - che conduce un'esistenza di straordinaria opulenza e spreco grazie all'olocausto imposto al cosiddetto "terzo mondo", cui sono imposti la fame, la miseria e il saccheggio costante. Nel primo gli abitanti sono forme svuotate della loro umanità, meri produttori-consumatori completamente conformi al modello standard presentato dalla pubblicità; nel secondo gli uomini sono schiavi disperati di quel primo mondo senza speranza. Da qui ci si rende conto che l'Eurasiatismo non può limitarsi ad un mero gioco di potere tra due realtà geopolitiche: se un giorno l'Unione Europea dovesse sostituire gli USA alla testa dell'imperialismo capitalista, nulla cambierebbe per noi, e la lotta continuerebbe - che al potere ci sia la borghesia americana o quella europea, poco cambia. Il nemico è il Capitalismo - gli Stati Uniti lo sono unicamente in quanto braccio armato della grande finanza mondiale.

L'Eurasiatismo giunge così ad opporre all'imperialismo capitalista l'antichissimo concetto di Impero universale. Esso è presente in tutte le maggiori forme di sapienza e tradizione antica. In Cina troviamo l'Impero celeste, o Impero del mezzo, in India la figura del cakravartin, "imperatore universale", in Europa prima gli imperi di Alessandro Magno e di Roma, poi il germanico Sacro Romano Impero e il Ghibellinismo. Dal punto di vista metafisico, l'Impero ha una funzione cosmico-ordinatrice, dovendo ricreare sulla Terra l'ordine universale. Al di là di questo, l'Impero spezza gli iniqui limiti delle nazioni, delle patrie o, peggio, degli stati, e riunisce a sé le entità affini che si riconoscono in una comune Tradizione e in un comune Destino. L'Impero, al contrario dell'imperialismo, non è una forma di prevaricazione, avocando a sé unicamente le genti che ne sono naturalmente parte, né un fenomeno di centralizzazione, poiché, come dimostrano gli esempi storici sopra menzionati, il potere rimane ampiamente alle singole comunità basilari. Approfondiremo meglio in seguito questi punti, ma prima torniamo alla Geopolitica, ed applichiamo a quanto detto fin ora, l'Impero.

Possiamo identificare un'Europa, in senso più lato che meramente geografico (l'uomo vale sempre più della terra), la quale risponde ai requisiti di identità etnica, culturale, storica: è quell'Europa definita dai limiti delle migrazioni indoeuropee, che riconosce il suo sangue nei comuni progenitori arii e i suoi costumi nella medesima Tradizione iperborea. Quest'Europa va ben oltre gli Urali, e giunge sino al Pacifico, attraversando le sterminate steppe asiatiche. Quella Nazione europea da Dublino a Vladivostok vaticinata da Jean Thiriart. Eppure, la migrazione aria raggiunse anche Iran e India, regioni che diedero vita a fiorenti civiltà ed oggi tanto differenziate da essere considerata, almeno l'ultima, un subcontinente (e non solo in senso geografico). Inoltre, gli Eurasiatisti russi, in special modo Aleksandr Dughin, sottolineano il ruolo di "ponte" del loro paese tra la realtà europea e quella mongola-turanica, egualmente responsabili della realtà russa odierna. D'altro canto, innegabili sono pure gli stretti contatti che per secoli la civiltà europea ha intessuto con quella arabo-islamica, o con quella cinese e giapponese. Ne risulta un quadro molto più complesso di quello della semplice nazione europea, che però viene incontro alle necessità geopolitiche di difesa del Continente eurasiatico, e del quale si può venire a capo con l'Impero. Un Impero Eurasia nel quale prosperino pacificamente tutte le sue componenti, dalle macro-realtà aria, islamica, cinese, ecc., fino alle singole comunità elementari, quali i semplici villaggi.

Quest'evento epocale - l'aggressione americana - che per la prima volta nella Storia minaccia la sopravvivenza del Continente, può essere rovesciato a nostro vantaggio, facendo ritrovare all'Eurasia quella sua intima unità che, pur nella più totale autonomia e libertà, dovrà sempre essere presente nei cuori dei suoi figli. Se la difesa dall'invasione è la causa che richiede la formazione di questo blocco-Impero eurasiatico, gli insegnamenti che gli eventi ci stanno impartendo non andranno mai dimenticati. La necessità dell'unità continentale dovrà restare in eterno nelle successive generazioni, perché mai più si possa ripresentare una minaccia tanto grande alla libertà del Mondo.



EURASIA FARO DELLE CIVILTA'

L'Eurasia unita che avrà il compito di respingere l'assalto talassocratico americano, necessariamente dovrà accogliere su di sé un onere ancor più pesante: la salvezza del mondo intero! Non solo le civiltà eurasiatiche sono minacciate dall'imperialismo capitalista, ma tutte le civiltà e culture della Terra. La globalizzazione (figura ingentilita dell'imperialismo) ha quali suoi corollari il conformismo mondiale, la creazione d'un sono tipo d'uomo standardizzato, che risponda unicamente ai requisiti richiesti dal sistema capitalista per arricchire i padroni. Per fare ciò, gli agenti del mondialismo operano contro le culture, le tradizioni, i costumi millenari di tutti i popoli che hanno la sfortuna di entrare nel loro obiettivo: l'esempio più lampante, che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi, siamo noi stessi! Dopo sessant'anni di dominazione yankee la cultura europea agonizza, impegnata in una strenua difesa dall'omologazione con l'anticultura americana: i sintomi maggiori, l'ampio uso nel linguaggio comune di termini inglesi (spesso privi poi di una controparte nei linguaggi autoctoni, che quindi non si stanno evolvendo, ma spegnendo); la diffusione capillare dell'American way of life, lo stile di vita (pessimo, tra l'altro) statunitense; soprattutto il sempre più frequente identificarsi, in particolare tra le giovani generazioni (educate più da Walt Disney che dai genitori), con la storia e i costumi degli USA, in quell'inesistente Occidente che va da Los Angeles a Tokio passando per Roma. Fenomeni simili si verificano ovunque nel mondo. Spesso, la situazione è ancora più grave, perché certe culture più "primitive" (secondo il gergo progressista) sono maggiormente vulnerabili al fascino dell'anti-cultura americana, o semplicemente incapaci di difendersi dalle bombe americane qualora gli USA decidessero di cancellarle dalla storia. Gli studiosi pubblicano ogni anno rapporti allarmati per l'esagerata velocità con cui stanno scomparendo linguaggi e culture. Ma alle loro richieste d'aiuto i "signori del Sistema" si sfregano le mani soddisfatti: il conformismo mondiale sta infatti progredendo. L'Europa e l'Eurasia hanno il dovere - se non altro per riscattarsi degli orrori del colonialismo borghese - di ergersi a paladini d'un riscatto mondiale contro l'apocalisse capitalista. Non più un'Europa "faro di civiltà" come quella colonialista, bensì un'Eurasia "faro delle civiltà".



RIVOLUZIONE ANTIBORGHESE

Se l'Eurasiatismo oppone alla globalizzazione la difesa di tutte le culture e tradizioni, la sopravvivenza d'ogni particolarità contro l'omologazione mondiale, va da sé ch'esso debba fornire un'alternativa all'intero sistema capitalista.

L'ascesa borghese, covata a lungo e definitivamente partorita con la "gloriosa rivoluzione" inglese e la Rivoluzione Francese, non ostante tutte le falsificazioni storiche, i maliziosi sofismi e la più rozza propaganda di questi secoli, non ha portato nulla di ciò che ora vanta a gran voce, ma ha al contrario ridimensionato o distrutto tutto ciò che ora si rimpiange (l'onestà, la ricchezza di princìpi, la solidarietà, lo spirito di sacrificio, ecc.). La borghesia - che più di una classe sociale, qui, è un modo d'essere e pensare - ha modellato l'ideologia e il sistema capitalista: con essi ha portato al potere l'avidità, l'immoralità e il materialismo. Quella della "liberté, egualité, fraternité" non è stata che una pomposa ma vuota formula, specchietto per le allodole che ha catturato all'ignobile causa capitalista tanto le masse colme di risentimento classista, quanto i più puri ed onesti idealisti. Eppure l'albero della libertà bardato di coccarde tricolori non ha dato i frutti promessi. Abbiamo forse oggi l'eguaglianza? E' semplicemente cambiato il metro di giudizio: dalla nobiltà d'animo e di schiatta, si è passati a valutare l'uomo a seconda dell'entità del suo conto in banca. Nelle nostre società troviamo finanzieri dai capitali incalcolabili, a fianco di vagabondi senzatetto buttati sui marciapiedi: dal 1789 in poi il divario economico e sociale tra le classi si è ampliato a dismisura. Né possiamo rallegrarci d'avere la fratellanza: mai come in quest'epoca si è assistito al trionfo dell'individualismo più sfrenato, dell'egoismo più indifferente. Interi popoli muoiono di stenti, mentre i loro affamatori osservano la lenta agonia sgranocchiando "snacks" davanti allo schermo; intere classi vivono nel lusso e nello spreco più sfrenato, mentre le altre faticano a sbarcare il lunario. Ma la libertà, questa almeno, ce l'avremo, starete pensando voi... La risposta è purtroppo ancora negativa. La democrazia diretta, che ancora esisteva in tutto il Medio Evo, giacché nei villaggi e nelle cittadine erano gli stessi abitanti, dal notabile all'ultimo dei contadini, a prendere le decisioni della collettività, ora è sparita completamente. In cambio, però, è stata data una "democrazia" rappresentativa a livello nazionale, per cui un manipolo di faccendieri abili ad ingannare gli ingenui tra il popolo, che sono i più, vanno a comandare, non avendo altra qualità se non l'intriganza. Nel secolo dell'informazione, è quanto meno grottesco credere davvero che sia il popolo ad essere sovrano, a prendere le decisioni - perlomeno a decidere chi dovrà prenderle per suo conto, e poi controllarlo. L'"arma più forte", la propaganda, mai così potente come in questi tempi, può manipolare facilmente gran parte delle masse: così, è chi controlla i mezzi di (dis)informazione - naturalmente il grande capitale - a comandare veramente. E neppure sussiste la libertà individuale: dalla rivoluzione borghese in poi si è assistita ad un'espansione parossistica della legislazione, in ogni campo, e dei mezzi coercitivi, da farci ridere di fronte a chiunque pretendesse dichiararsi "libero"!

Di fronte a tutte queste considerazioni non si può che aborrire la cosiddetta "democrazia liberale", in realtà tirannide borghese. Né si può semplicemente proporre di tornare al prima, a quel sistema dell'Ancient Règime ormai tanto corrotto da essere una disgustosa e blasfema parodia delle antiche istituzioni. L'Eurasiatismo deve altresì individuare una novità. Non reazione, ma rivoluzione.



OGNUNO SECONDO I SUOI MEZZI, A OGNUNO SECONDO I SUOI BISOGNI

Il campo più immediato di rivoluzione è quello socio-economico. Il sistema capitalista, sia in regime di libero-scambismo che di monopolismo, ha ormai mostrato tutti i suoi limiti e le sue nefandezze: dal dilatamento del divario sociale, all'oligarchia del grande capitale, dall'immoralità in ogni campo sociale, all'annichilimento del valore del singolo ridotto a consumatore-produttore (come dire, un maiale ingrassato quanto basta per poi far guadagnare il padrone), dalla devastazione ambientale senza precedenti allo sfruttamento barbaro del "terzo mondo" ad opera del "primo". La realtà è che il Capitalismo è un sistema senza futuro - esso, nel suo quasi ridicolo attivismo e nella sua terrificante avidità, si concentra unicamente sul presente: un presente fatto di ruberie, sfruttamento, ingiustizie e devastazioni, al solo scopo di arricchirsi, sempre di più. Il Mondo non può sopportare questa pazzia ancora a lungo. O il Capitalismo sarà fermato, o esso si fermerà da solo, ma in modo terribilmente traumatico per l'intera umanità. Insomma: o rivoluzione, o catastrofe. Molti personaggi, anche illustri, hanno più volte descritto il mondo capitalista come un treno senza guida lanciato a folle velocità verso il baratro. Sta a noi - ai popoli - frenare, oppure precipitarvi dentro.

Il Socialismo è l'alternativa. Esso non è mai stato "sconfitto dalla storia", ma dalla folle avidità di un manipolo di malfattori: quegli alcuni di cui - secondo Gandhi - la Terra pur bastando ai bisogni di tutti, non soddisfa la rapacità. Va posto un freno all'arricchimento individuale e alla concorrenza selvaggia: la "comunità" perde ogni senso se ognuno lavora per sé e contro gli altri! Mentre pochissimi ridimensionerebbero così le loro ricchezze folli, moltissimi smetterebbero d'essere poveri e potrebbero finalmente condurre un'esistenza dignitosa. La comunione dei mezzi di produzione e la concertazione della produzione stessa tra le varie istanze sociali, offrirebbero profitti più ampiamente distribuiti nella società, arricchirebbero la comunità e, soprattutto, libererebbero da quella funesta e tirannica oligarchia plutocratica che, oggi, governa criminosamente il mondo intero, alla faccia dei popoli sovrani!



MILLE VOLTI DELL'EURASIATISMO

Abbiamo così descritto, per sommi capi, una nostra visione dell'Eurasiatismo. Sottolineiamo quel nostra, poiché essa non rispecchia la versione ufficiale: se non altro, perché non esiste una "versione ufficiale" dell'Eurasiatismo! Esso, benché qui sia stato appellato quale "ideologia", non ha mai avuto una sua completa formulazione dottrinale, non contempla ortodossie ed eresie. Varia di epoca in epoca, di popolo in popolo. Aleksandr Dugin, il più noto eurasiatista contemporaneo, si è occupato a fondo delle varie fasi dell'Eurasiatismo. Precursore di quest'idea è da lui considerato Konstantin Leontiev, antioccidentalista del XIX secolo che pose l'accento sul carattere bizantino della nazione russa. D'altro canto, a slavofili come Leontiev e Dostoievskij, fanno da contrappeso altri pensatori che descrivono la Russia quale ponte tra le due culture europea e mongolo-turanica - per l'appunto, un ponte tra l'Europa e l'Asia, una Eurasia. Questi ultimi esaltano in particolare la figura, quasi leggendaria, del Barone Ungern von Sternberg, che durante la rivoluzione bolscevica raccolse ad Est un esercito che oggi diremmo "multietnico", di russi, cinesi e mongoli, prefiggendosi d'approntare una crociata contro tutto il mondo scaturito dalla rivoluzione borghese. Ma pur facendo riferimento alla figura di un contro-rivoluzionario (che però mai volle mischiarsi con i bianchi), gli Eurasiatisti russi rivalutano parzialmente l'esperienza dell'Unione Sovietica, inserendola nel contesto della continuità storica russa. Il blocco comunista ha rappresentato a lungo, nei decenni scorsi, l'impero tellurocratico difensore del Continente contro l'aggressione americana. L'Eurasiatismo propriamente detto, dunque, è nato in Russia, e non è un caso che colà si sia maggiormente sviluppato: larga parte della popolazione condivide i suoi propositi (tracce della dottrina eurasiatista sono chiaramente rintracciabili in tutti i partiti non occidentalisti, dal gruppo Rodina sino ai Comunisti di Zjuganov), e Dugin ha conquistato una grande influenza, addirittura quale consulente del Presidente Putin.

Pur richiamandosi alle medesime istanze d'unità e difesa continentale, di salvaguardia delle culture e delle terre contro la barbarie capitalista, l'Eurasiatismo europeo costituisce un fenomeno a sé, a dimostrazione della duttilità che costituisce il più duro nerbo di tale dottrina. Naturalmente in Europa è assente ogni riferimento al bizantinismo o al ruolo di ponte eurasiatico della Russia. Il proposito fondamentale è la riunificazione dei popoli fratelli d'Europa, fino alla Russia, e la liberazione del Continente da ogni presenza esterna, vale a dire britannica ed americana. Le guide, potremmo dire, "spirituali" sono, qui come in Russia, principalmente Evola e Guenon, mentre il modello geopolitico l'ha fornito il tedesco Karl Haushofer, che lo scorso secolo si prodigò invano per la realizzazione d'un blocco continentale, guidato da Germania, Italia, Unione Sovietica e Giappone, contro le mire imperialistiche dei mercanti anglosassoni. Pur avendo spazi più limitati - com'è ovvio, essendo l'Europa in gran parte occupata dagli eserciti statunitensi - anche da noi l'Eurasiatismo si sta progressivamente sviluppando, e guadagna sempre maggiori consensi.

L'Eurasiatismo è però una dottrina che si presta ad essere applicata al di fuori dell'Europa e della Russia. Nel mondo islamico, per esempio, potrebbe sposarsi con l'idea panaraba della repubblica socialista islamica, e con la causa della liberazione dei popoli di Palestina e Iraq dall'aggressione imperialista di Israeliani e Americani. In Giappone potrebbe essere alla base d'un risorgere pieno delle istituzioni tradizionali - spirito revanchista che già s'osserva in nuce. E allo stesso modo, in India per la purificazione di quella civiltà dagli elementi colonialisti inglesi, in Cina per la piena restaurazione dello splendore che fu, e per l'integrazione, nel posto di preminenza che merita, del colosso asiatico in un contesto continentale.

Eppure l'Eurasiatismo non si ferma neppure ai confini naturali dettati dal suo nome stesso. Va da sé che la lotta di liberazione continentale e la crociata anticapitalista, per quanto detto sopra, s'accompagnano alla solidarietà con le consimili cause dei popoli africani e sudamericani, coloro che maggiormente soffrono l'oppressione imperialista.

L'Eurasiatismo è la lotta del Continente per sé e per il mondo, contro l'imperialismo capitalista che ha trovato il suo braccio armato nell'Atlantismo anglo-americano: potremmo considerare questa una sintetica ma esauriente definizione di questa dottrina, che sottintende tutte le conseguenze che qui, per sommi capi, abbiamo indegnamente tentato di descrivere.
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